Nell’immagine: 1:
1: Armenia2: Azerbaigian3: Bielorussia4: Estonia5: Georgia6: Kazakistan7: Kirghizistan8: Lettonia9: Lituania10: Moldova11: Russia12: Tagikistan13: Turkmenistan14: Ucraina15: Uzbekistan
Gli stati post-sovietici, anche conosciuti come ex repubbliche sovietiche, sono le nazioni indipendenti che si sono staccate dall’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche durante la sua caduta nel 1991. Erano anche conosciuti come CSI: a parte le tre repubbliche baltiche e alcune repubbliche caucasiche, che volgono losguardo essenzialmente al mondo occidentale, all’EU e agli Stati Uniti, la Russia gioca un ruolo di primaria importanza per le altre repubbliche, essendo ancora, sostanzialmente, il centro economico a cui fanno riferimento gli altri stati.
Penetrare il mercato Russo, quindi, significa anche instaurare automaticamente rapporti con un’area immensa (pari a 13 fusi orari, se si considera anche l’enclave di Kaliningrad) che si estende dal Mar Baltico fino all’Oceano Pacifico e dal Mare Artico al Mediterraneo, fino a sfiorare quasi l’Oceano Indiano e il Golfo Persico. Un territorio infintito che occupa quasi 1/4 della superficie della terra.
Dopo anni di isolamento, dal 1991 questo mercato si è aperto all’Europa in due sensi: in uscita, grazie alla mole di risorse naturali di cui il suolo è ricco, ma soprattutto in entrata, grazie al crescente bisogno di beni tradizionalmente esclusi dal commercio interno, quali beni di lusso (automobili, abbigliamento, alimentari ecc…). Questa sete di risorse deriva dal fatto che la produzione di gran parte dei beni venduti nella Russia sovietica era gestita dall stato centrale che forniva una ristretta gamma di prodotti: con l’apertura delle frontiere, si sono aperti gli scenari di un mercato sostanzialmente vergine e che è tuttora in forte sviluppo.
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